Nel corso delle ultime settimane, abbiamo assistito al copione, che si ripete con stanca regolarità, delle campagne – spesso denigratorie – avverso il grano di importazione giustificate come atti di legittima difesa del prodotto nazionale. Questo contrasto, che possiamo considerare ideologico, alle importazioni di grano non è solo miope, ma rappresenta una minaccia per il sistema economico nazionale. Il primo errore di fondo risiede in un’illusione autarchica palesemente smentita dai dati: l’Italia, paese storicamente grande trasformatore di materie prime agricole, non è in grado, e non potrà esserlo nel futuro per evidenti e insuperabili limiti legati alla superficie agricola disponibile, di soddisfare il fabbisogno dell’Industria della trasformazione necessario a coprire la domanda interna e l’export di prodotti trasformati. Ostacolare o colpevolizzare le importazioni di materie prime agricole significa ignorare la struttura e le esigenze quantitative dell’Industria agroalimentare, asso portante della nostra manifattura, e quindi della nostra economia, nazionale, grazie, in particolare alla sua capacità di conquistare e presidiare mercati esteri. Il secondo errore riguarda la retorica ingannevole, e quindi inaccettabile, sulla qualità sanitaria del prodotto di importazione. Associare, scaltramente, per meri interessi di categoria, i concetti di “prodotto importato” e “insalubre” è una narrazione mistificatoria e manipolatoria lesiva, in quanto irrispettosa, del diritto dei consumatori ad essere informati correttamente per agevolare e supportare le loro decisioni di acquisto. I controlli sui cereali di importazione, sia da parte delle pubbliche autorità preposte, sia da parte degli operatori della trasformazione, sono rigidi, standardizzati e senza compromessi. Non si possono ignorare le ricadute economiche dirette di tale sconsiderata strategia: tutelare la produzione cerealicola nazionale e salvaguardare il reddito degli agricoltori costituiscono un dovere politico e sociale sacrosanto, ma la risposta non può risiedere nello scardinamento “tout court” delle regole del libero mercato.
TUTELA REDDITO AGRICOLO SOLO CON CRESCITA COMPETITIVA DEL COMPARTO
La tutela del reddito agricolo si ottiene con la crescita competitiva di un comparto, quello agricolo, afflitto da criticità di natura strutturale risapute ma sinora colpevolmente irrisolte: frammentazione dell’offerta, inadeguatezza e obsolescenza delle infrastrutture logistiche, ritardo della ricerca… che possono costituire ostacoli insuperabili a una programmazione all’interno della filiera la quale trova il suo principale presupposto nell’incremento della qualità media della materia prima e della sua conseguente valorizzazione. Legittimare gli attacchi ricorrenti nei riguardi delle importazioni significa assecondare un protezionismo emotivo che distrugge valore anziché crearne. È tempo di superare ogni retorica demagogica e guardare alla filiera del grano per quello che è: un sistema complesso e interconnesso, chiamato a misurarsi con uno scenario globale, dove l’importazione non costituisce una minaccia per il territorio, bensì il presupposto indispensabile per consentire alle nostre filiere di svilupparsi armoniosamente e alle nostre eccellenze di continuare a nutrire il mondo.
Vincenzo Martinelli